lunedì, 28 aprile 2008 | in : racconti, diario

"Mi trovavo in una stanza di uno studiolo: un edificio poco lontano dal centro della città. Giusto fuori da una finestra appena socchiusa, si sentiva il rumore rilasciato da migliaia di automobili, un ronzio appena diffuso che sostituiva una musica da sala d'attesa inesistente. Il suono era simile al roco mormorio della puntina di un giradischi quando la musica termina; strofinava leggero sull'apertura lasciata dall'infisso, in un moto continuo, necessariamente eterno. Creava un'aria rarefatta, incredibilmente rilassante, come il vento di primavera. Quella stessa stanza, in virtù di ciò, appariva come un'oasi di serenità in una confusione infernale. Come una fiamma che si nota nel buio, era una tranquillità instabile e tremolante, timida, dubbiosa; quello strano ronzio lo rammentava di continuo, e sono quasi certo di aver avvertito la stessa stanza tremare, come se esposta ad un vento eccessivamente forte. Ogni dettaglio, tuttavia, era estremamente curato. Delle riviste al lato di ogni poltrona, fruibili da chiunque. Dal vaso colmo di fiori che sembravano esser stati appena comprati o colti. Dal clima asettico che sembrava esser stato evocato appositamente per esorcizzare ciò che proveniva dall'esterno. Dal mobilio moderno. Dal marmo chiaro scelto per il pavimento. Dall'essere solo.
Fu proprio in quel frangente che avvertii perfettamente la presenza della Musica, me ne resi conto come uscendo da una trance, o forse entrandovi. In ogni istante, percepivo chiaramente quel ritmo blando, lo conoscevo alla perfezione, e già l'amore, da tempo, aveva rubato il posto alla noia dell'abitudine. Mi domandai da quanto la conoscessi, quell'armonia melodica, eppure non ebbi il coraggio di indagare così a fondo nella mia memoria. Forse non ero tenuto a farlo, o più semplicemente l'odore di quei fiori, il pasto appena consumato, il lieve vento, mi suggerivano di attendere un altro poco.

Quando riaprii le palpebre era il mio turno; sollevai la schiena dalla poltrona con prontezza, non doveva essere passato che qualche secondo, o poco più d'un minuto. Ebbi il tempo di guardarti ancora per un istante, prima di sbattere le palpebre, e riprendere coscienza della fredda stanza attorno a noi.
Non sembrasti aver fatto caso al mio momentaneo sonno, così ti seguii lentamente, rifacendomi più alla tua scia che non alla tua figura.
Si era creato però un abisso tra quanto avevo sentito prima, e gli istanti della tua comparsa, nè la mia memoria sembrava essere in grado di risalire a quella sensazione, quella serenità atarassica.
La Musica era davvero morta da così tanto tempo?"

(Ispirato da Mishima)

TkzFoward @ 17:18 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
Commenti
#1    29 Aprile 2008 - 07:52
 
Facciamo che tu eri un manifestante a un sit in e io una schiacciasassi senza i freni?
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